
Letture Utili
Cristina Borghi
“Il giardino che cura”
Giunti Editore 2007 Pagg. 240 Euro 9,50
“Il giardino che cura”
non è un libro di medicina alternativa ma una
riflessione a tutto campo – ricca di elementi
scientifici, filosofici, antropologici, psicologici
ed etici – sul benessere fisico, sociale e mentale
dell’uomo e sui percorsi più sicuri per conservarlo.
L’autrice è Cristina
Borghi, un medico-chirurgo che, partendo dalla
propria esperienza professionale e personale, si
rivolge innanzitutto ai suoi colleghi per
convincerli ad abbandonare il modello biomedico,
fondato sulla netta distinzione di stampo cartesiano
tra mente e corpo. E propone, invece, di adottare
l’approccio olistico, che considera il malato un
tutt’uno dal punto di vista fisico e psichico e per
questo carica l’infermo della responsabilità nelle
scelte che riguardano la sua salute. Un approccio
terapeutico quello olistico che l’autrice collega
strettamente al rapporto uomo-natura e, in
particolare, al giardino come utile complemento
della cura. Appare, infatti, con sempre maggiore
evidenza che prendersi cura delle piante risveglia
il medico che è in noi e questa circostanza aiuta a
migliorare la qualità della nostra vita.
La lettura del libro è
molto piacevole perché la notevole mole di
informazioni e di citazioni bibliografiche è
presentata non solo con uno stile accattivante, ma
anche con un apparato di schemi, rimandi e glossari
che rendono il saggio accessibile a tutti.
Dopo decenni di
sperimentazione nei paesi anglosassoni, anche in
Italia sono in atto i primi tentativi per promuovere
l’impiego del giardinaggio per la cura di
determinate malattie o per preparare tecnici capaci
di interpretare le esigenze del malato e del medico
attraverso la progettazione dei giardini nei luoghi
di cura. La Facoltà di Agraria dell’Università degli
Studi di Milano, ad esempio, ha svolto un corso di
perfezionamento dal titolo Healing Gardens. La
progettazione delle aree verdi annesse alle
strutture di cura.
Queste attività non
vanno confuse con l’azione terapeutica e
riabilitativa che si realizza coltivando un orto o
curando un giardino. A questo proposito, Cristina
Borghi precisa in modo chiaro che gli healing
gardens – i giardini che curano e cicatrizzano
le ferite fisiche e morali – non costituiscono una
terapia complementare a quella convenzionale, come
invece è fuor di dubbio considerare l’ortoterapia
nell’ambito dell’agricoltura sociale, ma vanno
annoverati nelle pratiche della medicina olistica.
I “giardini che curano”
sono, in realtà, dei potenti alleati del malato
perché lo allontanano dal problema che lo affligge,
gli consentono di recuperare le forze fisiche e
mentali, incantano senza sforzo e nell’assoluto
riposo della mente, elargiscono in continuazione
quei doni della natura che servono a lenire la
sofferenza, permettono il contatto con le piante
che non sono mai una minaccia e non discriminano,
ma aprono al dialogo e alla fiducia e predispongono
l’infermo o la persona con disagio alla guarigione.
La scienza medica ha
raggiunto, in un lasso di tempo assai breve,
traguardi insperati in molti campi, mentre non ha
ancora avuto successo nell’oncologia, l’infettivologia,
la psichiatria, la neurologia e la geriatria. Ma è
proprio nelle malattie che riguardano queste branche
della medicina che i loro sintomi specifici, quali
lo stress, l’infiammazione, l’ansia, la depressione,
la dissociazione con l’ambiente, l’invecchiamento
possono essere dominati e “guariti” attraverso quel
particolare rapporto con il paesaggio che i giardini
consentono.
L’autrice ipotizza,
sintomo per sintomo, il meccanismo d’azione del
giardino all’interno del nostro organismo, così come
avviene coi farmaci quando questi sono in grado di
modificare le alterazioni che la malattia genera
nel nostro corpo. E lo valuta in base al criterio
clinico finale della qualità della vita, anche se
difficile da stimare.
Si tratta di un
criterio formidabile perché – come ci fa osservare
acutamente Cristina Borghi – se la qualità della
vita migliora, forse non otteniamo la cura intesa in
senso strettamente fisico, ma arriviamo comunque
alla guarigione in quanto, ai fini della conduzione
della nostra stessa vita, la percezione del nostro
benessere è più importante del reale stato di
salute. Del resto è noto come, in alcuni casi, la
quantità di vita non sia un obiettivo etico
sufficientemente forte quando la gravità della
disabilità ci obbliga ad una vita scarsamente
dignitosa.
Soprattutto quando si
deve progettare l’ambiente dei luoghi di cura è
necessario tener conto delle prerogative di
prevenzione e di cura insite nel verde. E tale
contesto chiama in causa un aspetto privilegiato
degli healing gardens: la centralità del
dialogo e della comunicazione tra discipline
diverse, dei “camici bianchi” coi “camici verdi”,
dei medici e degli operatori dei servizi
socio-sanitari, da una parte, e degli architetti,
paesaggisti, agronomi, vivaisti e giardinieri,
dall’altra.
Tale richiamo, che
l’autrice sottolinea con dovizia di argomenti e
soprattutto elencando le buone pratiche dei paesi
anglosassoni, non solo costituisce un evidente
corollario del concetto di unità e di collegamento
tra le persone, le professioni e l’ambiente in cui
vivono, proprio dell’approccio olistico al paziente,
ma è anche una salutare provocazione nei
confronti del mondo della sanità pubblica e privata
del nostro Paese, che ancora conserva atteggiamenti
e convinzioni che derivano da una visione dei malati
come un semplice insieme di organi ed apparati, di
meccanismi da aggiustare e di contenitori da
riempire di farmaci.
Alfonso Pascale
